oort
19-01-2008, 02.28.40
Lo so: non è un post divertente quello che apro, ma la faccenda credo vada pur inquadrata e discussa in un forum di meteorologia di caratura nazionale come questo.
Assistiamo ormai settimanalmente, con cadenza a volte giornaliera, a incidenti mortali provocati da valanghe sulle montagne italiane. E si grida sempre alla disgrazia, alla montagna assassina, alla neve abbondante, alle alte temperature e qualcuno trova anche il coraggio di metterci in mezzo il global warming... Solito minestrone all'italiana, solito rimpasto giornalistico per creare il caso, l'enigma, il giallo da risolvere e soprattutto il trilling per attirare le folle dei telecomandi in mano e l'indice auditel.
No, ora basta! Bisogna trovare il coraggio di dire le cose come stanno!
Quelle accadute negli ultimi giorni (Livigno, Monte Maniva, Marilleva e ancora Livigno) sono state tutte disgrazie evitabili, assolutamente gratuite, partorite esclusivamente dall'idiozia umana. "E' morta gente esperta", trovo scritto sui giornali. D'accordo, esperta quanto volete, ma se permettete, almeno nella circostanza, sprovveduta. E uso un eufemismo.
Si può anche scalare il K2, ma se poi si commettono banali imprudenze si può anche finire sotto una valanga a Livigno o si può anche morire sui fuoripista di Marilleva. Nessuno si senta precluso da questa possibilità.
Ma badate bene: la montagna non uccide da sé. Ci vuole sempre il tacito consenso dell'uomo che, a volte per negligenza, altre per distrazione, altre ancora in atteggiamento di sfida nei confronti delle forze della natura, non osserva i normali criteri di sicurezza mettendo a repentaglio la vita propria e quella degli altri. Sottolineo: "e quella degli altri".
A me hanno insegnato che quando si va in montagna, la prima cosa da fare è mettersi in sicurezza: trekking, alpinismo, sci o mountain-bike che sia. Sempre aggiornarsi sui bollettini meteo e valanghe. Sempre. E poi sempre portare con sé l'arva, quando si esercita il fuoripista! E poi avvisare l'albergo o il rifugio dove si soggiorna sul proprio itinerario. Eccetera, eccetera, eccetera.
E' un vademecum elementare, eppure molti dei suoi punti vengono tralasciati o sottostimati anche dai più esperti. Vien da chiedersi perché. Oggi ti va bene, domani anche, dopodomani ancora. Ma poi arriva un giorno che non lo racconti, quello stesso in cui il tuo compagno di avventura si salva miracolosamente, sopravvivendo a stento nella stessa valanga, e ritrovandosi così tutta la vita segnata da un rimorso straziante.
La tragedia di ieri (ancora a Livigno) mi lascia incredulo, perplesso, assolutamente senza parole. Primo: perché accaduta ancora a Livigno (non era bastata la lezione offerta dal sacrificio dei due snowboarder della settimana scorsa?); secondo, perché accaduta in condizioni del tutto simili; terzo, perché avvenuta in un momento in cui tutti i mass-media parlavano proprio del problema-valanghe.
No, è inconcepibile morire così. Io sono il primo ad addentrarsi fuori pista, sono il primo ad amare la montagna e i paesaggi immacolati della neve fresca. Ma non quando c'è rischio valanghe di grado 3 e non quando si fa un gran parlare delle disgrazie già accadute a chi ha peccato d'imprudenza.
Le valanghe, ci sono, ci sono sempre state e sempre continueranno a starci finché ci saranno neve e montagna. Neve e valanghe sono le due facce della stessa medaglia quando si parla di montagna. L'appassionato non può non saperlo, e soprattutto non può far finta di non saperlo - che è ancora più grave.
Queste morti non trovano giustificazione alcuna negli elementi naturali. I media farebbero bene ad essere più cinici e più determinati nei loro giudizi, perché non ha senso perdere la propria vita in questo modo. E' da stupidi! Mi fa rabbia vedere gente di 35 anni gettare via la vita in questo modo! Andrebbero fatte campagne di ulteriore sensibilizzazione! A mancare è infatti la cultura della montagna, che è alla base di qualsiasi preparazione tecnico-sportiva.
E nessuno parla del rischio che corrono i soccorritori, che a volte arrivano anche a piedi, senza l'ausilio dell'elicottero, sul luogo dell'incidente. Questi sono EROI di cui si parla troppo poco, perché rischiano la propria pelle per l'incoscienza di qualcheduno che aveva deciso di farsi "un giro in motoslitta". Assurdo!
E poi - altra cosa che non si dice quasi mai in tivù - provocare una valanga rappresenta un rischio enorme non solo per se stessi, ma anche per tutti quelli che ne stanno a valle, potenzialmente anche decine di persone!
Lo vado dicendo da anni ormai, e qui lo ribadisco: la montagna è una conquista sotto molteplici aspetti. Primo fra tutti quello etico e culturale. La preparazione fisica e l'esperienza possono non essere sufficienti, e comunque vengono dopo.
Questo è il modesto pensiero.
Assistiamo ormai settimanalmente, con cadenza a volte giornaliera, a incidenti mortali provocati da valanghe sulle montagne italiane. E si grida sempre alla disgrazia, alla montagna assassina, alla neve abbondante, alle alte temperature e qualcuno trova anche il coraggio di metterci in mezzo il global warming... Solito minestrone all'italiana, solito rimpasto giornalistico per creare il caso, l'enigma, il giallo da risolvere e soprattutto il trilling per attirare le folle dei telecomandi in mano e l'indice auditel.
No, ora basta! Bisogna trovare il coraggio di dire le cose come stanno!
Quelle accadute negli ultimi giorni (Livigno, Monte Maniva, Marilleva e ancora Livigno) sono state tutte disgrazie evitabili, assolutamente gratuite, partorite esclusivamente dall'idiozia umana. "E' morta gente esperta", trovo scritto sui giornali. D'accordo, esperta quanto volete, ma se permettete, almeno nella circostanza, sprovveduta. E uso un eufemismo.
Si può anche scalare il K2, ma se poi si commettono banali imprudenze si può anche finire sotto una valanga a Livigno o si può anche morire sui fuoripista di Marilleva. Nessuno si senta precluso da questa possibilità.
Ma badate bene: la montagna non uccide da sé. Ci vuole sempre il tacito consenso dell'uomo che, a volte per negligenza, altre per distrazione, altre ancora in atteggiamento di sfida nei confronti delle forze della natura, non osserva i normali criteri di sicurezza mettendo a repentaglio la vita propria e quella degli altri. Sottolineo: "e quella degli altri".
A me hanno insegnato che quando si va in montagna, la prima cosa da fare è mettersi in sicurezza: trekking, alpinismo, sci o mountain-bike che sia. Sempre aggiornarsi sui bollettini meteo e valanghe. Sempre. E poi sempre portare con sé l'arva, quando si esercita il fuoripista! E poi avvisare l'albergo o il rifugio dove si soggiorna sul proprio itinerario. Eccetera, eccetera, eccetera.
E' un vademecum elementare, eppure molti dei suoi punti vengono tralasciati o sottostimati anche dai più esperti. Vien da chiedersi perché. Oggi ti va bene, domani anche, dopodomani ancora. Ma poi arriva un giorno che non lo racconti, quello stesso in cui il tuo compagno di avventura si salva miracolosamente, sopravvivendo a stento nella stessa valanga, e ritrovandosi così tutta la vita segnata da un rimorso straziante.
La tragedia di ieri (ancora a Livigno) mi lascia incredulo, perplesso, assolutamente senza parole. Primo: perché accaduta ancora a Livigno (non era bastata la lezione offerta dal sacrificio dei due snowboarder della settimana scorsa?); secondo, perché accaduta in condizioni del tutto simili; terzo, perché avvenuta in un momento in cui tutti i mass-media parlavano proprio del problema-valanghe.
No, è inconcepibile morire così. Io sono il primo ad addentrarsi fuori pista, sono il primo ad amare la montagna e i paesaggi immacolati della neve fresca. Ma non quando c'è rischio valanghe di grado 3 e non quando si fa un gran parlare delle disgrazie già accadute a chi ha peccato d'imprudenza.
Le valanghe, ci sono, ci sono sempre state e sempre continueranno a starci finché ci saranno neve e montagna. Neve e valanghe sono le due facce della stessa medaglia quando si parla di montagna. L'appassionato non può non saperlo, e soprattutto non può far finta di non saperlo - che è ancora più grave.
Queste morti non trovano giustificazione alcuna negli elementi naturali. I media farebbero bene ad essere più cinici e più determinati nei loro giudizi, perché non ha senso perdere la propria vita in questo modo. E' da stupidi! Mi fa rabbia vedere gente di 35 anni gettare via la vita in questo modo! Andrebbero fatte campagne di ulteriore sensibilizzazione! A mancare è infatti la cultura della montagna, che è alla base di qualsiasi preparazione tecnico-sportiva.
E nessuno parla del rischio che corrono i soccorritori, che a volte arrivano anche a piedi, senza l'ausilio dell'elicottero, sul luogo dell'incidente. Questi sono EROI di cui si parla troppo poco, perché rischiano la propria pelle per l'incoscienza di qualcheduno che aveva deciso di farsi "un giro in motoslitta". Assurdo!
E poi - altra cosa che non si dice quasi mai in tivù - provocare una valanga rappresenta un rischio enorme non solo per se stessi, ma anche per tutti quelli che ne stanno a valle, potenzialmente anche decine di persone!
Lo vado dicendo da anni ormai, e qui lo ribadisco: la montagna è una conquista sotto molteplici aspetti. Primo fra tutti quello etico e culturale. La preparazione fisica e l'esperienza possono non essere sufficienti, e comunque vengono dopo.
Questo è il modesto pensiero.