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Visualizza versione completa : Lascia stare Dio


L'Angelo
23-05-2008, 22.11.50
Uno dei più belli racconti di montagna che abbia mai letto è quest'impresa di Bert sul canale Haas-Acitelli.

Mi vengono i brividi ogni volta che leggo questo racconto, forse perché riprovo l'angoscia che ogni amante, estremo o no, della montagna ha almeno una volta provato.

Voglio raccontarvi una giornata in montagna.
Era il 17 febbraio scorso, sul Gran Sasso.
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I fatti esistono se non li racconti? O forse la «realtà» si trova lì, a metà fra il dire e il fare? La parola modella i fatti, li rivela al mondo, deformandoli — la parola come organo-ostacolo, amava dire Jankélévitch — , caricandoli di intenzioni ed emozioni. Possibile che la parola sia insieme il mezzo e il fine? Certe montagne non hanno un’esistenza propria, prendono forma attraverso i nostri racconti e diventano parte di noi stessi. E i racconti, poi, nello stesso momento in cui li facciamo, diventano proposte per gli altri. Ho letto molte volte i due racconti di Germana su l’Haas-Acitelli (http://www.nonsoloscialp.it/giornoIncidente.htm), li ho subito trovati forti, belli. Mi hanno incuriosito, mi hanno fatto venire voglia di andare lì. Devo restituire qualcosa, lo sento.

Sabato 23 febbraio 2008, Ostia, primo cancello. La sabbia è tiepida, siamo qui per festeggiare un compleanno, molti di noi sono a piedi nudi. Piantare i piedi e le mani nella sabbia è un rituale antico per me, mi fa sentire parte di qualcosa di più grande. La sabbia è per me legata alla montagna, non al mare: a Fontainebleau i massi sono di arenaria, e prima o poi torneranno sabbia. Gattonare, camminare, scalare, molte cose le ho imparate lì. A Fontainebleau la sabbia ha un odore particolare, un misto di resina di pino e di brughiera, lontano da sale e iodo. Oggi faccio fatica a starci con la testa, vedo ancora neve e ghiaccio, ci vorranno giorni prima che esca dal canale.

Domenica 17 febbraio 2008. Non riesco a dormire. Sono andato al letto tardi, dopo una cena davvero speciale — altro compleanno —, mi sento agitato, come se la salita fosse già iniziata. Mi alzo verso le 5.30, ho la sensazione di non aver dormito ma non mi sento stanco. Primo caffè. Secondo caffè poco prima dell’Aquila, arrivo a Fonte Cerreto verso le 7.30. Pare ci sia molto vento lassù, gli impianti sono chiusi, ma la prima funivia, quella delle otto, dovrebbe partire. Come previsto, la giornata è bellissima: a mezzogiorno zero termico al livello del mare, e pressione oltre i 1040 hPa. Insieme a me, una decina di sci-alpinisti. Li guardo poco, mi piacerebbe sapere dove vanno ma se qualcuno chiede dove vado io, temo di farmi massacrare — mi è già successo tante volte, da quando vado in montagna con mio padre, e oggi non mi va di parlare, di giustificarmi. Ognuno pensa di fare la cosa giusta, ma l’alpinismo è una cosa folle già di per sè. Per quanto tempo ancora avremo la libertà di scalare le montagne, la libertà di rischiare? Credo ancora per pochissimo, temo che prima o poi l’alpinismo diventerà fuorilegge.

Appena arrivato a Campo Imperatore mi precipito fuori, mi sembra che tutti gli altri rimangono dentro. Il vento è fortissimo, arriva da Monte Aquila e spazza con violenza il pendio che scende dal Duca degli Abruzzi. Soltanto adesso capisco: c’era scritto Grecale sul sito meteo... Salgo verso il Duca, piegato in due, certe raffiche di vento sono cosi forti che mi buttano a terra, aggrappato alla piccozza piantata al volo. E ridicolo, dovrei rinunciare. Dopo cento metri metto i ramponi e inizio la traversata verso destra. Il vento non molla, anzi. Sulla cima di Monte Aquila, non posso stare in piedi. Il canalino centrale sulla est, quello che volevo fare, è una lastra di ghiaccio, tutta in ombra. Lo conosco bene, l’ho fatto più volte quest’anno — con la neve fresca è una discesa bellissima —, ma se la tavola mi parte all’inizio com’è successo un mese fa, non so se mi potrò fermare. Torno un po’ indietro verso la sella del Corno Grande, c’è un canale più semplice, molto più corto, dove una scivolata sarebbe meno grave. In più è già stato leccato dal sole. La neve è comunque durissima, spazzata via dal vento, con una crosta che si spezza con un rumore di vetro rotto. Per niente divertente. La Valle dell’Inferno è un immenso specchio, bisogna tagliarla con violenza, non è possibile fare curve morbide nonostante sia quasi piatta. Le lamine fanno un rumore pazzesco, metallico, sgradevole. Tutta la valle rimbomba. Finalmente arrivo dove sbuca il canalino che scende da Monte Aquila. Attraverso fino alla base dell'Haas-Acitelli. Sono le 9.45, ho perso parecchio tempo [...]

Prosegue quì http://fuorivia.com/forum/viewtopic.php?t=11219&postdays=0&postorder=asc&&start=0

oort
26-05-2008, 00.11.14
E' un qualcosa che conosco, anche se molto alla lontana per via della mia attitudine molto meno "estremista" alla montagna. Ma certi limiti sono soggettivi, non dipendono dal grado alpinistico, dalla temperatura esterna o dalle condizioni del manto nevoso... Per cui la sensazione di angoscia può essere provata in condizioni anche molto meno "pericolose"... Ripeto: è un qualcosa che ho provato... Difficile da dire, esporre, commentare...
Dico solo: da brividi!
Grande Rob, come al solito, sempre puntuale a ricordarci il ruolo della montagna nella vita di un appassionato di meteorologia... Due cose che non possono vivere su binari separati...

L'Angelo
26-05-2008, 10.44.32
E' un qualcosa che conosco, anche se molto alla lontana per via della mia attitudine molto meno "estremista" alla montagna. Ma certi limiti sono soggettivi, non dipendono dal grado alpinistico, dalla temperatura esterna o dalle condizioni del manto nevoso... Per cui la sensazione di angoscia può essere provata in condizioni anche molto meno "pericolose"... Ripeto: è un qualcosa che ho provato... Difficile da dire, esporre, commentare...
Dico solo: da brividi!
Grande Rob, come al solito, sempre puntuale a ricordarci il ruolo della montagna nella vita di un appassionato di meteorologia... Due cose che non possono vivere su binari separati...
Emanuele hai compreso perfettamente ciò che mi ha colpito di questo racconto: io faccio snowboard, ma probabilmente non avrò mai le capacità né il coraggio di fare quel CANALE con la tavola, però quell'intima pazzia, quel cercare il rischio perché la ricompensa è così grande che non puoi farne a meno è qualcosa che ben conosco.
L'ORCO può chiamarsi CerroTorre, Eiger, Camicia, Haas-Acitelli, Deta, ma sempre un orco è, ed ognuno ha il suo. Ognuno ha la sua ricompensa quando lo supera :abbr:

Beherit
28-05-2008, 19.52.20
Letto , veramente Allucinante , vi consiglio anche la storia di Cambi e Cicchetti , morti entrambi Sul gran Sasso .

Veramente Commovente